Eruzione in Islanda/ 2
6 AGO 20

Sono un amante dell'Islanda (fatti 4 viaggi) sia per la sua natura che per i suoi panorami. L'Islanda, come un atollo che emerge dall’oceano, è a cavallo di una frattura tra (sinteticamente) le placche americana e europea. Placche che si allontanano. I suoi vulcani seguono proprio il percorso della fessurazione e si aprono come ferite quando tiri la pelle, eruttando. I vulcani islandesi sono diversi da quelli stromboliano-esplosivi che hanno una camera magmatica. I pericoli sono opposti a quelli tipo Vesuvio. Nessun collasso di cratere nè nuvole di materiale incandescente. Nessuna fitta cenere che ricopre in un attimo tutto, tipo Pompei. Le eruzioni sono hawaiane e apparentemente tranquille. Questi vulcani piatti (a scudo) sono pericolosi (oltre che per le colate in quanto tali) per due motivi. Uno locale: il grande calore generato scioglie le nevi perenni in poco tempo e perciò si formano i "jollaukap", delle inondazioni terribili. Un altro mondiale: questi vulcani emettono spesso anidride solforosa, zolfo e fluoro in quantità industriale. L'eruzione del Laki - tra l'altro un vero paradiso paesistico - alla fine del 700 buttò fuori da circa 170 bocche svariate milioni di tonnellate di anidridi solforose e (da Wikipedia): "Le emissioni di aerosol di acido solforico avvenute negli otto mesi successivi comportarono rilevanti effetti nel clima e nella società dell’intero emisfero boreale". Tutto questo incipit: 1) Per confortare chi si lamentava delle marmitte catalitiche. 2) Per ragionare scientificamente sui cambiamenti climatici (reali ma naturali, e non causati dalle umane emissioni di CO2). 3) Per riflettere sul Creato. Anzi sulla natura: bella e spietata, ma fortunatamente (o disgraziatamente) autonoma sia da Pecoraro Scanio che dal movimento Verde. Rispettare la natura per me significa anche affibbiarle "corrette responsabilità". Due su tutte: quella di averci dato un pianeta stupendo. Quella di poterci cacciare sotto un metro di terra senza troppe manfrine.